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Genesi

GENESI VINCE L’XI EDIZIONE DEL PREMIO FERSEN PER LA REGIA

Scarica la recensione della Giuria al premio Fersen 2015

Marco Pernich crea lo spettacolo ispirandosi al libro del teologo Blenkinshopp intitolato:
“Creazione Decreazione Nuova Creazione” (ed. EDB Bologna).

Affronta così un’avventura teatrale molto complessa il cui intento è dichiaratamente ermeneutico, tale cioè da provocare nello spettatore uno stupore, uno sbigottimento, una riflessione alta e altra sulla qualità e sul significato dello stare al mondo.

Un’operazione teatrale difficile e anche temeraria ma ben riuscita, teniamo a precisare. Infatti lo spettacolo affascina lo spettatore comune e gli induce inusuali suggestioni dense di rimandi all’attualità mentre al contempo lo porta a fermare il consueto inconcludente chiacchiericcio mentale per porsi quegli interrogativi che, dalla notte dei tempi, gli esseri umani hanno provato a risolvere.

La piéce trae il suo successo grazie anche alla suggestiva scenografia, all’ottima interpretazione di Stefania Lo Russo e Vincenzo Paladino, alla voce fuori campo di Paolo Buglioni che recita brani della Genesi, e alla musica dell’“Hisotire du Soldat” di Igor Stravinskij egregiamente eseguita da Matteo Carminati al pianoforte, Leonardo Cella al violino e Fabio Busetto Datto al clarinetto.

Uno spettacolo da non perdere.

Giuria del Premio Fersen
prof. Andrea Bisicchia, Anna Ceravolo, Corrado D’Elia,
Ombretta De Biase – presidente

GUARDA IL TRAILER DI GENESI

GENESI

Un’ermeneutica teatrale dei capitoli 1,11 del Libro della Genesi (Bereshit)

“Bisogna tener presente che Genesi 1,11 non racconta la ‘creazione’ ma come tutti i miti parla di qui e ora.
Cioè l’interesse non è storico e non è nemmeno per ‘ciò che è stato’ ma piuttosto per ciò che accade nel contemporaneo e che ci interroga quotidianamente

Joseph Blenkinsopp

locandina Genesi

Locandina Genesi

Perché avventurarsi oggi tempo di pensiero debole di materialismi di economia rampante di miti del pratico e dell’immediato di ricerca di soddisfazione immediata del desiderio a esplorare l’inizio di uno dei testi fondativi dell’Umanità e a porre di nuovo le eterne domande senza risposta che per tanto tempo nella cosiddetta modernità è stato detto inutile porsi?
O più semplicemente perché con tutti i problemi che ci sono alzare di nuovo gli occhi al cielo e chiedere i perché assoluti?

Forse proprio perché viviamo il tempo sciagurato e difficile che viviamo.

Tempo della “normalizzazione del peggio” -com’è stato autorevolmente detto.
Tempo di incapacità delle Classi Dirigenti di pensare un’uscita dalla crisi.
Tempo di cecità di altre Classi Dirigenti accecate da modelli falliti ma che le hanno fatte smodatamente ricche e che quindi sono incapaci di vedere la catastrofe cui quei modelli stanno conducendo.

Le grandi domande le domande fondamentali quelle che non hanno risposta ma soprattutto che ci fanno tanta paura da spingerci a evitarle hanno una straordinaria virtù: ci permettono di vedere il mondo da un altro punto di vista con una diversa scala di valori in un diverso ordine d’importanza. Oggi che non possiamo aspettarci la salvezza dalle istituzioni né dai decisori politici tantomeno dai decisori economici oggi che ognuno di noi è chiamato a trovare soluzioni personali ai problemi globali è necessario tornare a guardare alle radici del nostro mondo della nostra civiltà e del nostro essere Esseri Umani e tornare a interrogare con occhi nuovi e mente sgombra quei testi fondativi.

Così possiamo sperare di ritrovare un respiro che non risolve i nostri problemi quotidiani ma ci permette di affrontarli in altro modo forse con meno angosce forse con l’indicazione di una strada -non facile e che ci costringe a cambiare il nostro modo di pensare- ma una strada che non è il vicolo cieco in cui tutti ci sentiamo prigionieri oggi.

Un testo difficile quindi per uno spettacolo difficile che corre il serio rischio di non trovare orecchie disposte ad ascoltare. Ma un testo che abbiamo sentito in qualche modo necessario -come se tacere per le mille ragioni più che valide che potrebbero indurre a tacere fosse un venir meno a un compito. Uno spettacolo davanti al quale noi per primi ci sentiamo impari al compito e che affidiamo alle mani alle orecchie agli occhi al pensiero di chi lo vorrà ascoltare.

In scena una struttura ottagonale sormontata da una cupola.
spettacolo genesi: costruzione
Davanti un intrico di linee geometriche che disegnano quadrilateri.

forme geometriche

Nella struttura tre musicisti che si vedono quando stanno suonando ma sono invisibili per il resto del tempo. Sulle pareti della struttura immagini in proiezioni successive. Non raccontano una storia non sono figurative non illustrano niente. Sono immagini che evocano e che ogni spettatore leggerà secondo la sua storia cultura vissuto.


LO SPETTACOLO
Davanti alla struttura un attore e un’attrice danno voce ai cinque personaggi: l’Angelo, l’Avversario, Caino, Noah, la Moglie di Noah.

Maestro Matteo Carminati - pianoforte

Maestro Matteo Carminati - pianoforte

Sotto gli occhi dello spettatore una visione dell’Universo visibile e invisibile. Come potesse essere “racchiuso in un raggio di sole” -per usare le parole di Gregorio Magno a proposito di S. Benedetto.
All’inizio è la musica e solo la musica.

Leonardo Cella - violino

Leonardo Cella - violino

Forse rappresenta la voce di Dio. Ma non è la musica paradisiaca che ci aspetteremmo. È una musica razionale e spiazzante insieme. È Stravinskji. Poi le immagini. Come potessero essere un tramite tra quella musica inesprimibile a parole e il mondo degli uomini.
Poi sono gli uomini e le donne e le loro parole. Il loro dramma le loro domande le loro speranze. L’intera storia dell’Umanità racchiusa in nuce nei capitoli 1,11 della Genesi.

Fabio Busetto - clarinetto

Fabio Busetto - clarinetto

Il teologo Joseph Blenkinsopp scrive: “Bisogna tener presente che Genesi 1,11 non racconta la ‘creazione’ ma come tutti i miti parla di qui e di ora. Cioè l’interesse non è ‘storico’ e non è nemmeno per ‘ciò che è stato’ ma piuttosto per ciò che accade nel contemporaneo e che ci interroga quotidianamente”
(Creazione Decreazione Nuova Creazione ed. EDB Bologna)

Il teologo legge Genesi non come una eziologia e quindi una specie di “com’è cominciato tutto” ma piuttosto centrando l’attenzione sul Dio Creatore che agisce come Mente Ordinatrice del Cosmo cui fa posto nel caos primordiale o forse nel caos del Nulla. Allora la questione del Bene e del Male vive in un’altra luce che apre altre riflessioni. E restituisce all’Umanità la sua dignità. L’Umanità non subisce un destino imperscrutabile e immutabile di cui è schiava ma non ne è neanche artefice quasi fosse onnipotente. È piuttosto chiamata a collaborare alla costruzione del Cosmo o del Caos. In questa scelta sta la sua libertà e la sua etica.
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PARTI DELLO SPETTACOLO
Prologo: Histoire du Soldat -esecuzione integrale-

  1. L’ANGELO DEL RACCONTO
    • Introduzione: 1° movimento de l’Histoire du Soldat.
    • Voce fuori campo: un brano di Genesi.
    • Monologo dell’Angelo
  2. IL PECCATO ORIGINALE (L’AVVERSARIO)
    • Introduzione: 2° movimento de l’Histoire du Soldat.
    • Voce fuori campo: un brano di Genesi.
    • Monologo dell’Avversario
  3. NESSUNO TOCCHI CAINO
    • Introduzione: 3° movimento de l’Histoire du Soldat.
    • Voce fuori campo: un brano di Genesi.
    • Monologo di Caino
  4. IL LIBRO DELLE DANZE
    • Voce fuori campo: un brano di Genesi.
    • Danze: 4° movimento de l’Histoire du Soldat.
  5. IL NAVIGATORE DEL DILUVIO & UN TESTO APOCRIFO
    • Voce fuori campo: un brano di Genesi.
    • Monologhi intrecciati di Noah e della Moglie di Noah

EPILOGO: 5° movimento de l’Histoire du Soldat.
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HANNO SCRITTO SU GENESI

GENESI, di Marco Pernich, Premio Fersen alla Regia 2015, è uno spettacolo sulla ricerca di senso.
Risale indietro nel tempo, scava nel profondo, alla radice del “Verbo”… e diventa ricerca sul valore e il senso del racconto, della parola… e naturalmente del Teatro.
È uno spettacolo semplice e oltremodo complesso, che accoglie gli spettatori – anche spiazzandoli – con le note straordinarie e splendidamente interpretate dell’Histoire du soldat di Stravinskij: note ardite, stralunate che si ricompongono nel filo di un racconto sonoro.
Poi la parola: prima iterativa, monodica , salmodiante, che pian piano nei quadri che si susseguono ­ grazie alla superba interpretazione di Stefania Lo Russo, che dimostra una padronanza vocale e una misura espressiva del gesto veramente notevoli ­ si snoda, si articola e si sviluppa.
Attraverso la riflessione teatrale sul libro della Genesi e i cinque personaggi rappresentati (l’Angelo, l’Avversario, Caino, Noah e la moglie di Noah), la parola diventa epica, diventa flusso di coscienza, poi dialogo, poi rappresentazione dell’oggi. Dell’uomo moderno, straziato e continuamente in cerca; dell’essere umano che continuamente si interroga sul perché delle cose e anela la conquista del significato della propria esistenza.
Uno spettacolo, questo di Marco Pernich, da vedere e certamente da rivedere, per coglierne tutta la complessità evocativa e le sue molteplici sfumature di senso.

Maria Letizia Compatangelo

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Un inizio inaspettato. Un piccolo gazebo, semplice, lineare – come un contenitore, un grosso seme, con tende che ne occultano l’interno – da cui erompe della musica improvvisa, inattesa, a opera di tre musicisti, dando vita alla forma di comunicazione più universale; come è universale quel racconto dell’Inizio del Tutto: la Genesi. Un racconto misterioso, ermetico – come la musica di Stravinskij che sconfina nell’astrazione – che nel suo dipanarsi propone interpretazioni, decifrazioni che rimandano a quell’inizio con accanimento proposto da sempre in tutte le latitudini e basato su quell’unica domanda: Come fu quell’inizio?
La fascinazione della domanda è alla base del complesso lavoro che Marco Pernich ha dedicato a questo suo testo teatrale, riuscendo ad allestire uno spettacolo asciutto, rigoroso, in cui spicca la impeccabilità dei musicisti, la notevole bravura degli attori nella loro profusione di parole; il tutto concertato dalla regia che si muove sul filo dell’ombra e dei fantasmi aprendo alla visione di un mondo infettato dall’insorgere del Male scaturito da quella stessa Genesi e che suggerisce altre domande: Deve ancora nascere l’Uomo? Ci sarà un altro Inizio? La Genesi pura, giusta deve ancora compiersi?
Spettacolo importante, la Genesi di Marco Pernich.

Daniela Igliozzi Burlando

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GENESI, premio Fersen 2015 per la regia: un racconto letterario in forma teatrale sul rapporto tra uomo e Dio, sulle relazioni tra gli uomini e la ricerca di un nuovo Umanesimo di un nuovo Rinascimento che sappia guardare agli uomini con speranza. Non a caso la resa scenica è ispirata a un quadro rinascimentale, “La città ideale”. Il testo è una reinterpretazione dei capitoli 1,11 del Libro della Genesi (l’autore si è ispirato al libro del teologo Blenkinshopp: “Creazione Decreazione Nuova Creazione” ed. EDB Bologna) vista con gli occhi del qui ora. Con gli occhi di un uomo contemporaneo che riflette attraverso il suo sguardo teatrale e musicale. Dico musicale perché la rappresentazione è accompagnata da musica eseguita dal vivo, i musicisti sono parte integrante della performance. Disposti all’interno di un edificio ottagonale sormontato da una cupola, dialogano con il testo attraverso i brani tratti da Histoire du Soldat di Stravinsky (versione per trio eseguite da Matteo Carminati al pianoforte, Leonardo Cella al violino e Fabio Bussato Detto al clarinetto, tutti bravissimi) Histoire du Soldat è un intreccio teatrale che comprende balletti, musica e un racconto sul mito di Faust. Allo stesso modo procede Genesi: musica, racconto, mito, danza. La musica come fonte d’ispirazione per il drammaturgo, per il regista. Sulle pareti della struttura proiezioni video che raccontano un’altra parte della storia; uno spettacolo plurivocale in cui più voci si alternano. Davanti alla struttura, all’interno di un’intelaiatura prospettica e geometrica, come quella del quadro, un uomo e una donna interpretano i diversi personaggi: l’Angelo, l’Avversario, Caino, Noah e la Moglie di Noah. In scena la compagnia STN-Studionovecento di Milano, con una vibrante Stefania Lo Russo, ben sostenuta da Vincenzo Paladino. Marco Pernich, scrive pagine interessanti navigando fra passato e presente, percorrendo una linea di ricerca con un approccio intellettuale. Perché uno spettacolo come Genesi? «… in un tempo di pensiero debole, di materialismi, di economia rampante, di miti del pratico e dell’immediato… è importante e necessario tornare a guardare alle radici del nostro mondo, della nostra civiltà e del nostro essere umani e tornare a interrogare, con occhi nuovi e mente sgombra, quei testi fondativi…»  Il messaggio è chiaro, la scrittura nasce da un bisogno, si avverte un bisogno di eternità, di trascendenza. Uno spettacolo che si sfoglia come le pagine di un libro. La rielaborazione scenica è originale, per arricchire e regalare ulteriori emozioni andrebbe accompagnata da una ricerca anche sul versante dei costumi e delle luci. I costumi rappresentano una sorta di scenografia che si indossa, nel caso di un testo ermeneutico e simbolico come questo, potrebbero valorizzare ulteriormente l’universo cromatico della drammaturgia, la poeticità della parola scenica. Si potrebbe puntare maggiormente su una scelta neutra dei costumi che annulli le differenze visive dei personaggi di modo che la partitura verbale e musicale risulti sempre in primo piano, per concentrare tutta l’attenzione su quest’avventura teatrale complessa. Un ultimo ricordo per Alessandro Fersen, lo spettacolo premiato ci porta nella dimensione del sogno e dell’irrealtà, molto vicino all’idea di teatro che aveva Fersen. Il premio è ideato e diretto da anni, da Ombretta De Biase, con passione e determinazione, con l’intento ammirevole di valorizzare la drammaturgia contemporanea e nello stesso tempo rendere omaggio alla memoria di Fersen, regista, attore e drammaturgo. Nell’opera “Critica del teatro puro” che raccoglie scritti del drammaturgo, a cura di Clemente Tafuri e David Beronio (Akropolis libri Le mani editore 2013; in questo sito la recensione al libro di Maria Dolores Pesce) Fersen regala alcuni preziosi suggerimenti fra ciò che si intende per teatro e ciò che si allontana dal teatro, necessari oggi più che mai in un mondo di realtà liquide e indefinite. La resa scenica di Pernich sollecita anche queste riflessioni. Cosa distingue il teatro dal non teatro? Fersen lo dichiara con semplicità disarmante, il coinvolgimento dell’interiorità dell’attore e dello spettatore, la suggestione scenica che non può cedere il passo al discorso, alla psicologia; quando tutto ciò avviene si entra nella zona equivoca dell’extra-teatralità. Il teatro è anche gioco, sogno, realtà nell’ irrealtà. Il tempo presente dell’attore: qui ora, accanto al tempo passato del drammaturgo, del regista: le loro azioni si sono già compiute. Un’alchimia sempre difficile da realizzare. Chi ci prova è un mago.

Milano, Teatro alle Colonne 21 aprile 2016
Angela Villa
dramma.it [vai all'articolo...]

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Marco Pernich crea lo spettacolo ispirandosi al libro del teologo Blenkinshopp intitolato:
“Creazione Decreazione Nuova Creazione” (ed. EDB Bologna).
Uno spettacolo per certi versi unico quello di ‘Genesi’ di Marco M. Pernich, in scena al Teatro alla Colonne di Milano.  Unico nel senso che sembra improprio definirlo ‘spettacolo’ in quanto, fin dal suo inizio, accoglie in scena gli spettatori dove vivranno, tutti insieme ma distinti, la dimensione del ‘qui e ora’ ma ab initio. Saliamo così idealmente sul palco invitati con gentile fermezza dalle note del 1° movimento di’“L’Histoire du Soldat” di Igor Stravinskij dove, come soldatini, ci accomodiamo in un suggestivo gazebo e diveniamo creature passeggere buttate giù, per capriccio?, da un Eloìm creatore di Angeli; angeli simpaticamente e giustamente invidiosi degli esseri umani che possono toccare e godere le cose e infine persino morire. Certo noi esseri umani creati risultiamo stravaganti, ci amiamo e ci ammazziamo fra noi e, per questo, Eloìm a volte si arrabbia pure, ma niente drammi, niente colpe o colpevoli, l’Avversario, il male, deve comunque avere un suo ruolo. Un diluvio servirà momentaneamente a dare una ripulita, poi si vedrà. Intanto, e fortunatamente, grazie alla donna-custode-di-memoria, la moglie di Noah, la Memoria, come un vecchio tronco galleggiante nell’oceano primordiale, niente è o sarà mai perduto per sempre. E’ il non sense che dà il vero sense al reale che quindi si può, volendo, vivere nella vera gioia, quindi oltre le egoistiche e transeunti cose materiali; a conti fatti, conviene più la pratica dell’amore che quella dell’odio. A tal fine facciamo dunque quel che si può al meglio che si può, visto che non ci sarà una seconda occasione, ovvero non lo sappiamo né mai lo sapremo. E’, infine, su questo che Marco Pernich sembra amabilmente volerci suggerire di riflettere sulle note del 5° e ultimo movimento dell’“Histoire du soldat’. La piéce affascina anche grazie alla suggestiva scenografia, all’ottima interpretazione della giovane Stefania Lo Russo che modula i diversi ruoli con una maestrìa da attrice consumata, di Vincenzo Paladino, nel ruolo di un insofferente Noah, alla voce fuori campo di Paolo Buglioni che recita brani della Genesi, e alla musica dell’“Histoire du Soldat” di Igor Stravinskij egregiamente eseguita da Matteo Carminati al pianoforte, Leonardo Cella al violino e Fabio Busetto Datto al clarinetto.

Milano, Teatro alle Colonne, 21 Aprile 2016
Ombretta De Biase
Corriere dello Spettacolo [vai all'articolo...]

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“In principio era il Verbo, dice il Vangelo di Giovanni. Però un verbo, come ci è stato insegnato già alla scuola dell’obbligo, può essere coniugato in tante maniere. A teatro poi non parliamone: essendo il teatro il luogo deputato alla fantasia senza vincoli, ci si può concedere il piacevole lusso di infinite coniugazioni. Marco Pernich, autore e regista dello spettacolo che abbiamo visto in Colonne, ha preso alcuni passi chiave della Genesi e li ha riletti col filtro della sua sensibilità colta e profonda. Come spettatore io gli dico grazie, perché mi riconosco pienamente nel suo modo di pensare. Mi piace questo sguardo laico che non offende e non deride la suscettibilità dei credenti; mi piace questo umanesimo in filigrana, percepibile solo allargando bene le orecchie, questa fiducia nell’uomo nonostante la piena consapevolezza che il genere umano sia un legno storto impossibile da raddrizzare; mi piace questa convinzione, à la Marco Ferreri, che il futuro è donna, è donna che armandosi di ottimismo della volontà garantirà a tutti noi la salvezza. E poi mi piace l’ermeneutica come libertà, che guarda a Gadamer più che al Talmud.
La storia dell’umanità in fin dei conti è storia di soldati: ognuno di noi, dal primo fino all’ultimo, combatte con più o meno entusiasmo per ritagliarsi una piccola fetta di felicità. Dunque le note de l’”Histoire du soldat” di Stravinskij, che inframmezzano il recitato di Stefania Lo Russo e Vincenzo Paladino, ci stanno tutte: siamo tutti soldati che patteggiano col diavolo e il diavolo, per definizione, non vede l’ora di rifilarci delle belle sòle. Il diavolo ci spinge alle cattive azioni e pure alle cattive interpretazioni. Per capire se un’interpretazione è buona o cattiva ci vuole l’assennatezza di cui parlava il signor Gadamer – già prima citato e che non ci stancheremo mai di citare. Assennatezza che ci consente pure di apprezzare, e condividere, l’ermeneutica teatrale di Pernich.”

Francesco Mattana

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“È la mia storia? Quella di ognuno di noi?” Questo è ciò che ho pensato appena uscito dal teatro Lo Spazio di Roma dopo aver assistito alla messinscena  di GENESI 1.11,  scritto e diretto da Marco Pernich.

 Non certo intrattenimento o svago. Il linguaggio di Marco è difficile ma necessario per alzare l’Attenzione. C’è bisogno di Attenzione per comprenderne l’Intenzione.

 I testi sacri parlano chiaro, se ascolti. I libri sapienziali di ogni epoca e provenienza fanno questo, si esprimono in modo cinematograficamente soggettivo. Chi ho visto, e accolto, è un “Io” narrante in me, che ora scrive queste righe e quella sera diceva di sé ad un pubblico interiore e non, attraverso voci di altri. Sono Caino e sono Angelo. Sono il Bene e Male che vanno accolti come Luce ed Ombra, l’una indispensabile per l’esistenza dell’altra. Sono danza e follia da navigatore che attende il diluvio per lavarsi di dosso ciò che è stato. Per rinascere.

 In principio era il Verbo, la vibrazione, il suono, che affonda il suo senso nelle note meravigliose di Igor Stravinskij, e tutto ne è sorretto per l’intera piéce come a sottolineare che la vita vera è un canto, un movimento, che permea ogni azione o silenzio. Angeli, bene, male, salvezza, rifugio e coraggio. Non c’è un destino premeditato, non un Dio giudicante che controlla. Una forza creatrice sì, ma unita ad una continua coscienza personale che modifica nell’Uomo ogni scelta in divenire. Questa è la Vita.

 L’umanità intera è rappresentata nello spazio scenico che invadeva la platea anche oltre il palco (Casualità? …se esiste il caso…) con quadrilateri lignei, spazi geometrici  dove poggia la finzione attoriale.

Io stesso ero parte del racconto. Anche ora.

Accadde oggi (e non è un refuso).

 In ogni istante co-creiamo la nostra realtà così come i nostri pensieri la dipingono. C’è un solo paradiso possibile, forse, il Qui e Ora. Non ha senso soffermarci su singole immagini, come quelle nello spettacolo, che scorrono come attimi di esistenza che non puoi che lasciar fluire.

Nel cuore ancora ascolto la profonda presenza della moglie di Noah, una Madre bellissima.

Ogni istante è una Genesi. Ogni mattino in cui ci svegliamo. Ogni lavoro che iniziamo, ogni sguardo che porgiamo, ogni azione che muoviamo, ogni parola che diciamo ha in sé la possibilità di una Eterna Nuova Creazione.

Con Amicizia sorrido al tuo potente messaggio.

Riccardo Serventi Longhi

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AL TEATRO LO SPAZIO “GENESI” DI MARCO M. PERNICH
https://antoniettadivizia.wordpress.com/2015/12/16/al-teatro-lo-spazio-genesi-di-marco-m-pernich/

“GENESI” di Marco M. Pernich, spettacolo vincitore dell’edizione 2015 del Premio Fersen per la miglior regia in scena al Teatro “Lo Spazio” fino a mercoledì 16 dicembre, è una riflessione seria e mai banale sul rapporto tra uomo e Dio, che non racconta semplicemente la creazione, ma attraverso miti parla di qui e ora. L’ermeneutica teatrale dei capitoli 1,11 del libro della Genesi, messa in scena a pochi passi dalla porta Santa della Basilica di San Giovanni in Laterano, è un’operazione culturale molto interessante e di grande attualità.

In scena una struttura ottagonale sormontata da una cupola, tre musicisti che si vedono quando stanno suonando ma sono invisibili per il resto del tempo. Sulle pareti della scenografia, immagini in proiezioni successive che evocano miti e ricordi, e che ogni spettatore può leggere secondo la sua storia vissuta. Davanti alla struttura un attore e un’attrice danno voce ai cinque personaggi: l’Angelo, l’Avversario, Caino, Noah e la Moglie di Noah. Prodotto dalla compagnia STN-Studionovecento di Milano, con una emozionante Stefania Lo Russo quasi sempre in scena, accompagnata da Vincenzo Paladino, musiche di Igor Stravinskji “Hisotire du Soldat” versione per trio eseguite da Matteo Carminati (pianoforte) Leonardo Cella (violino) e Fabio Bussato Detto (clarinetto), scenografia di Elisa La Mensa, luci di Carlo Villa, movimenti coreografici di Maddalena Giovannelli, voce off di Paolo Buglioni, creano un ensable perfetto, di grande impatto visivo ed emotivo.

Al Regista Marco M. Pernich abbiamo chiesto: A che cosa serve, durante il Giubileo straordinario, un testo come Genesi a teatro?
“Ad esplorare l’inizio di uno dei testi fondativi dell’Umanità e a porsi di nuovo le eterne domande senza risposta che per tanto tempo nella cosiddetta modernità è stato detto inutile porsi. Avventurarsi oggi, tempo di pensiero debole, di materialismi, di economia rampante, di miti del pratico e dell’immediato, di ricerca, ad esplorare l’inizio di uno dei testi fondativi dell’Umanità è importante e necessario perché con tutti i problemi che ci sono, alzare di nuovo gli occhi al cielo e chiedere i perché assoluti forse non basta più. Oggi ognuno di noi è chiamato a trovare soluzioni personali ai problemi globali, per questo penso sia necessario tornare a guardare alle radici del nostro mondo, della nostra civiltà e del nostro essere umani e tornare a interrogare, con occhi nuovi e mente sgombra, quei testi fondativi, può essere utile per tutti noi”.

Antonietta Di Vizia

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Genesi al teatro Lo Spazio, la recensione
http://laplatea.it/index.php/teatro/recensioni/1438-genesi-al-teatro-lo-spazio-la-recensione.html

Si alza il sipario e… musica: perché forse è proprio così che tutto ebbe inizio. Musica e suoni melodici, dunque, i quali, nascosti da un gioco di ombre e colori, demiurgo di forme, vibrano cadenzati attraverso gli squarci cosmici di un universo ancora in fasce. Quindi la parola che inizialmente ancora fusa e confusa con l’armonia, nasce canto: lenta litania delle ore che trascina per mano l’uditore, senza soluzione di continuità, in un’era ormai pronta e che sta, pian piano per ergersi e per diventare racconto, favola e mito.

La parola che si fa uomo, che fa l’uomo e che apre gli occhi sul palcoscenico di quell’epopea sempre in bilico tra leggenda, credenza e speranza: con “Genesi”, presso il teatro “Lo Spazio” a San Giovanni, in concomitanza con l’apertura per il Giubileo della Porta Santa della Basilica di San Giovanni in Laterano, a due passi dal teatro, in scena dal 13 al 16 Dicembre è andato il racconto per antonomasia, ciò da cui tutto ebbe origine, narrato, questa volta, da uomini per l’essere umano stesso.

Genesi, ermeneutica teatrale dei capitoli 1,11 del libro omonimo, scritto e diretto da Marco M. Pernich, vincitore dell’ edizione 2015 del Premio Fersen per la Miglior Regia, affronta, infatti, un testo profondo e di certo non semplice. Ma la capacità del regista e dei due attori – gli eccellenti Stefania Lo Russo e Vincenzo Paladino, ottimi a calarsi con enfasi estatica in un vero e proprio mix di arti drammaturgiche, passando dalla recitazione alla danza, dal canto al racconto – di narrare con semplicità concetti che perennemente oscillano tra la filosofia e la teologia, ha reso il tutto più lineare, senza mai cadere ed inciampare nella banalità. Così il male, quel serpente annidato nell’animo umano, non solo trova spazio e diventa protagonista di una parte importante della narrazione, ma entra di diritto in quel magma embrionale da cui deriva l’umanità. Profilo e volto velato, in quanto egli assume tutte le facce possibili, strisciante ma suadente è l’emblema stesso degli eroi e dei protagonisti dei vari atti, tanto da affermare, con vezzo e piglio sferzante: ‹‹Sono l’amica non riconosciuta degli uomini››, appunto.

La storia di Caino, poi, forse la più intensa e toccante, è la storia comune di un comune eterno vivere: soldato di tutte le guerre, perennemente errabondo ed errante, condannato dall’errore atavico impossibile da eludere o da evitare; fratello di tutti i fratelli che lottano tra loro, così contemporaneo e vero da sembrare ognuno di noi.

‹‹Gli uomini prendono tutto sul serio, per sopportare la vita che rendono insopportabile. Tutti concentrati nell’illusione di raggiungere i propri scopi…››: è Noè, anzi Noah, che, accompagnato dalla moglie, parla. È appena sbarcato dall’arca e poco dopo esser sceso per guardare la terra e ammirare un nuovo inizio, sa già che non gli apparterrà. Proprio lui, poi, parla di scopi da raggiungere, lui che è stato preso e gettato nelle onde per conseguire uno scopo più alto, uno scopo inizialmente ancora vago e misconosciuto, proprio come l’umanità che si affanna, si barcamena e si strazia alla rincorsa di una chimera e sempre con quella domanda pronta nel cuore, che scaturisce nell’animo e si sostanzia nella parola: “Perché non rispondi?” perché non risponde, quindi, “Colui il quale non è possibile pronunciare il nome?”
Ed eccola la forza dei messaggi che “Genesi” riesce a comunicare, rispondendo, con le parole del regista stesso al perché avventurarsi oggi ad esplorare l’inizio di uno dei testi fondativi dell’Umanità? Perchè porsi di nuovo quelle eterne domande che mai hanno avuto e mai avranno risposta?

“Forse proprio perché viviamo il tempo sciagurato e difficile che viviamo. Tempo della “normalizzazione del peggio” – com’è stato autorevolmente detto. Tempo di incapacità delle Classi Dirigenti di pensare un’uscita dalla crisi. Tempo di cecità di altre Classi Dirigenti accecate da modelli falliti ma che le hanno fatte smodatamente ricche e che quindi sono incapaci di vedere la catastrofe cui quei modelli stanno conducendo. Le grandi domande le domande fondamentali quelle che non hanno risposta ma soprattutto che ci fanno tanta paura da spingerci a evitarle hanno una straordinaria virtù: ci permettono di vedere il mondo da un altro punto di vista con una diversa scala di valori in un diverso ordine d’importanza. Oggi che non possiamo aspettarci la salvezza dalle istituzioni né dai decisori politici tanto meno dai decisori economici oggi che ognuno di noi è chiamato a trovare soluzioni personali ai problemi globali è necessario tornare a guardare alle radici del nostro mondo della nostra civiltà e del nostro essere Esseri Umani e tornare a interrogare con occhi nuovi e mente sgombra quei testi fondativi.”

Infine, citazione e lode necessaria per l’allestimento scenografico di Elisa La Mensa e, ovviamente, per le musiche che a braccetto regalano e forgiano una cornice deliziosa, incantevole ed incantata, quasi atemporale e fuori da ogni logico spazio. In scena entra e rimane protagonista sin dal prologo, una struttura ottagonale sormontata da una cupola in un intrico di linee geometriche che dan vita a quadrilateri. All’interno di questo “chioschetto” – che riaffiora quasi da una tela di Raffaello Sanzio o di un Piero della Francesca – tre musicisti appaiono in controluce solo nel momento in cui si esibiscono – le musiche inebrianti di Igor Stravinskij e del suo “Histoire du Soldat” versione per trio, eseguite da Matteo Carminati (pianoforte) Leonardo Cella (violino) e Fabio Bussato (clarinetto) che danzando al di fuori del palco, del teatro e del mondo, regalano allo spettatore immagini evocanti chiavi di lettura diverse, dimensioni artistiche e concettuali che si intrecciano quasi a voler fondere culture, credenze e religioni: la forza della “Genesi”.

Federico Cirillo

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ALCUNI COMMENTI AL TESTO
Il lavoro prende le mosse dal testo del teologo Blenkinshopp -che insegna all’Università di Notre Dame- “Creazione Decreazione Nuova Creazione edito da Ed. Dehoniane Bologna.

Nell’ambito del Festival TACT (Trieste, 7-14 giugno 2015), mi sembra che GENESI sia stato uno degli spettacoli più interessanti per ricchezza e profondità di contenuti, di linguaggi, per allestimento scenico e originalità interpretativa.
Il testo, di per sé classico, anzi antico, ha un sapore quasi epico , che trascende lo spazio e il tempo e ci porta nella dimensione del mito che, attraverso la narrazione, ci fa riflettere sui temi eterni e universali dell’uomo. Ho colto il concetto di ’ creazione’ come tentativo di porre ordine, suddividere, separare, uscire da un ‘caos’ che è sempre in agguato, pronto a prevalere e a distruggere.
In questo senso ho interpretato il riferimento alla tragedia delle guerre permanenti, all’odio , alla costruzione dei muri,ecc…(emozionante per me è stato il riferimento al bombardamento della biblioteca di Sarajevo). Il passato e il presente si intrecciano in una rappresentazione che ci costringe a riflettere intensamente sulla nostra condizione umana.
Ben si adattava l’allestimento scenico: una graziosa cupola rinascimentale (che a me ricordava una piccola cupola di chiesa bizantina) costituiva l’unico spazio ‘umanizzato’ all’interno del quale un eccezionale trio musicale arricchiva ‘con armonia’ la narrazione. Ottima la scelta dei testi musicali.E così musica e prosa si alternavano in un originale ritmo narrativo. Intorno alla cupola il vuoto, il nulla, un ‘non essere’.
Protagonista dello spettacolo una donna, attrice eccezionale, che ci ha coinvolto in una lunga e complessa narrazione che era quasi un lunghissimo monologo. Rappresentava tutte le donne, ‘le pazienti donne’ che ‘conservano il mondo in equilibrio’ e ‘custodiscono la memoria’.

Non rivedo mai lo stesso spettacolo teatrale, ma questo ne farebbe un’eccezione.

Daniela Versolatto – spettatrice

“…finalmente sono riuscito a leggere integralmente il tuo testo su Genesi 1-11. Molto bello, complimenti! Chissà se mai riuscirò a vederlo in scena! Come ben sai, non mi illudo di darti qualche dritta sul versante strettamente drammaturgico. Quanto al contenuto teologico-spirituale, a partire dalla necessaria creatività artistica, non ho rilievi particolari da fare. Le tue interpretazioni e traduzioni mi sembrano assolutamente legittime. Solo mi resta augurarti buona fortuna per questo nuovo lavoro.
…certamente è un’ermeneutica del testo biblico. Quanto alle mie poche parole, certamente puoi usarle come meglio credi.”
don Marco Bassani

“…In effetti è come se il testo si ramificasse, e dalla perfezione – nel bene e nel male, perdona la semplificazione- che è unitaria e non ha genere, si arrivasse alla specificazione dei generi che sono però comunque unità, visto che i due brani finali sono da leggere come due facce della stessa medaglia, per come la vedo io.”
Elisabetta Riboldi – attrice

“… mi è sembrato un testo molto interessante e molto ricco, a tratti quasi troppo. Un viaggio in tempi e mondi diversi che però riesce a tenersi insieme senza forzature (quindi, complimenti!). Mi sono piaciuti in particolare i pezzi dedicati a Caino e alla moglie di Noah, che ho trovato molto intesti e che offrono una prospettiva veramente altra su storie molto note. E anche l’Avversario, al quale forse avrei dedicato più spazio.”
Carlotta Cossutta – ricercatrice universitaria

“… il testo è molto molto bello e, presumo, piuttosto impegnativo dal punto di vista drammaturgico e scenografico (aspetti sui quali, comunque, mi ritengo davvero poco
competente). Originalissimo è il tono (o sarebbe meglio definirlo stile o impronta) mitico (e non semplicemente mitopoietico) che caratterizza l’intera stesura. I contenuti acquistano un respiro “eterno”, un valore simbolico o, meglio, allegorico, che consente riferimenti e rimandi continui, come cerchi concentrici, tanto alla dimensione storica che a quella cosmica e ontologica della condizione umana e del rapporto umano/divino, identità/diversità, vita/morte, imperfezione/perfezione, amore/odio, maschile/femminile, guerra/pace, armonia/conflitto, essere/nulla ecc… Proprio per questo, mi permetto di suggerirti alcune brevi “sottrazioni” (evidenziate in giallo) nella prima parte della sezione “Nessuno tocchi Caino” (la più estesa dell’opera). Eviterei, infatti, in un testo di questa levatura riferimenti troppo espliciti al quotidiano o al “vissuto” personale, che rischiano di abbassare appunto il tono (stile o impronta) mitico dell’impianto complessivo. Ma forse quei riferimenti erano voluti e hanno un senso preciso che mi sfugge..”
Daniele Calvi – docente

“Di particolare interesse mi sembra la scelta fatta dall’autore di mettere in dialogo alcuni testi biblici con monologhi e dialoghi che ne propongono una possibile ermeneutica in chiave odierna. Si ritrova così l’ispirazione religiosa del tempo antico, unita ad un sentire più che moderno, che interpreta e ripropone le tematiche fondamentali.
Abbiamo apprezzato l’attenzione accurata e precisa del testo biblico presentato nella sua nudità, e la rilettura evocativa che ne viene data”.
Madre Giovanna Battista Boggero e Monache del Monastero di S. Luca in Fabriano


CREDITI
testo e regia di marco m. pernich (CeNDIC)
con Stefania Lo Russo e Vincenzo Paladino

musiche di Igor Stravinskji “Hisotire du Soldat” versione per trio eseguite da:
Matteo Carminati – pianoforte
Leonardo Cella – violino
Fabio Bussato Detto – clarinetto

movimenti coreografici: Maddalena Giovannelli
voce recitante per i passi della Bibbia Paolo Buglioni
immagini originali e consulenza generale per le immagini: Walter Pazzaia
luci e immagine di scena: Carlo Villa
scenografia disegnata da: Elisa La Mensa
costruita da: Graziano Venturuzzo
organizzazione: Guido Piero Bonfanti
assistente alla regia: Elisabetta Riboldi